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XXXVII Tendopoli AL SANTUARIO

Fratelli carissimi, mentre Gesù è in cammino verso Gerusalemme, gli corre incontro un tale, che Matteo identifica con un giovane ricco (cf. 19,16-22), il quale, gettatosi alle sue ginocchia, chiede cosa debba fare “per avere in eredità la vita eterna” (Mc 10,17-22). Gesù risponde elencando i precetti del Decalogo, che si configurano come punti di riferimento essenziali per vivere nell’amore, per distinguere chiaramente il bene dal male e costruire un progetto di vita solido e duraturo.

“Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza” (Mc 10,20). Questa risposta appare troppo sicura, non tanto perché quel tale ritiene di essere in regola, quanto perché afferma di esserlo sempre stato! Gesù replica facendo percepire il battito del suo “cuore mite e umile” (cf. Mt 11,29) nell’intensa luminosità dei suoi occhi: “Allora Gesù, fissò lo sguardo su di lui, lo amò” (Mc 10,21). Commentando la scena, Giovanni Paolo II così si esprimeva in occasione dell’istituzione della Giornata Mondiale della Gioventù. “Vi auguro di sperimentare uno sguardo così! Vi auguro di sperimentare la verità che egli, il Cristo, vi guarda con amore!”.

All’intensità dello sguardo, che ha tutte le caratteristiche di un abbraccio tenero e forte, il Signore affida il compito di destare nel suo interlocutore una “salutare inquietudine”, affinché possa rendersi conto della distanza che lo separa non dal traguardo, ma dalla linea di partenza della sequela: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!” (Mc 10,21). Alla mite fermezza con la quale Gesù avanza questa richiesta, fa riscontro la grande chiarezza con cui egli precisa che la sequela non può avere inizio senza una completa rinuncia ai propri averi, che ne suppone un’altra ben più impegnativa: la rinuncia a se stessi!

“Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni” (Mc 10,22): così Marco ritrae quel tale che ha legato il cuore a quanto possiede. Sebbene sembrino le ricchezze a sbarrargli la strada della sequela, in realtà sono le sue false sicurezze. Un volto tirato e scuro è lo specchio di un animo indurito. “Dov’è il tuo tesoro – dice il Signore –, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). Per discernere quale sia il nostro tesoro, occorre prestare attenzione ai battiti del cuore o seguire i percorsi della mente; qualora la piena delle emozioni o l’alluvione dei pensieri impedisca la risalita, è sufficiente coprire la rotta dello sguardo. Gli occhi, “lampada del corpo” (cf. Mt 6,22), forniscono immagini alla mente la quale, a sua volta, fa palpitare il cuore; pertanto, la sua bonifica inizia dallo sguardo, perché “il cuore segue gli occhi” (cf. Gb 31,7).

Agile e gioioso è il passo di chi “tiene fisso lo sguardo su Gesù” (cf. Eb 12,2). La vita cristiana scaturisce da una proposta d’amore del Signore, che sceglie e fissa i tempi della chiamata, e può realizzarsi solo grazie a una risposta d’amore. Si diventa adulti nella fede nel momento in cui, comprendendo che non è bene “tenere per sé la propria vita” (cf. Mt 10,39), si inizia a compiere la manovra del distacco da tutto, da tutti e persino da se stessi (cf. Lc 14,25-35). Si tratta di una manovra impegnativa, che, se effettuata gratuitamente, dilata lo spazio della libertà di amare e di lasciarsi amare. Quello dell’amore è un alfabeto di segni inconfondibili, di gesti inequivocabili, che appartengono al vocabolario della preghiera: la profondità dello sguardo, il silenzio dell’ascolto, il dialogo delle lacrime, l’intensità dell’abbraccio, la dolcezza del bacio.

Come il primo passo dell’amore è quello dello sguardo, così è affidato agli occhi anche il primo slancio della preghiera: pregare significa recitare formule, ma volgere gli occhi al Signore, perdersi nell’abbraccio del suo sguardo. Nel dialogo dell’amore sono le lacrime che, per così dire, danno voce agli occhi; allo stesso modo, nel silenzio della preghiera le lacrime, sia di dolore che di gioia, traducono i moti più profondi del cuore, le suppliche più ardenti dell’animo. Quando si ama una persona le parole non bastano, occorre qualcosa di più sostanziale: sciogliersi in un abbraccio. Anche la preghiera è un riposare fra le braccia di Dio, un lasciarsi sollevare alla sua guancia (cf. Os 11,4). Tanto nel linguaggio dell’amore quanto in quello della preghiera l’abbraccio dello sguardo è sigillato dalla limpida purezza di un bacio bocca a bocca, come indica la parola latina ad-oratio. L’alfabeto della preghiera ha, dunque, le stesse lettere dell’amore!

+ Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno

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