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UNA VIOLENZA SOCIAL

Fake news e hate speech. Bufale e incitamento all’odio. Due facce della stessa medaglia, quella dei social network. Ormai la questione è all’ordine del giorno delle élite mondiali. Tutto il mondo occidentale s’interroga come individuare uno strumento inciso per bloccare le false notizie e l’istigazione alla violenza, in armonia ovviamente con il diritto alla libertà di espressione. Se le prime, le false notizie, sono il prodotto di enormi interessi economici, politici, commerciali e pubblicitari, alla base dell’incitamento all’odio ci sono altre ragioni che hanno a che fare con esasperanti radicalizzazioni xenofobe, ideologiche e sportive. Molto spesso, però, i post offensivi sono solo il prodotto di neurotiche frustrazioni quotidiane che trovano nello “stadio social “il luogo della loro compensazione pubblica. La cosa straordinaria è che gli autori di questa virulenza verbale, spesso truculenta e crudele, frequentemente sono persone insospettabili: professionisti, giornalisti, magistrati, avvocati, medici e via compagnia narrando. Della serie: “aver compagni al duol scema la pena”. Non si salva nessuno. Si ha poco da fare appello all’etica del ruolo e a quella della responsabilità. È una valanga inarrestabile. E oggi tutti cercano di correre ai ripari. Tutti alle prese con le revisioni dei codici deontologici per introdurre nuove fattispecie legate all’uso dei social network.

Il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione, intervento di recente a un convegno, a Pescara, ha lanciato l’allarme. I social network non possono essere considerati un luogo privato, un libero sfogatoio delle proprie neurosi o di programmate campagne di odio che ledono le dignità delle persone. Anche gli amministratori dei social e dei motori di ricerca stanno correndo ai ripari adottando prevalentemente due sistemi: l’introduzione di nuove tecnologie attraverso l’utilizzo di tool appositi e il rafforzamento degli strumenti di segnalazione. Acqua fresca, inutili palliativi. Un’altra di quelle cose di difficile comprensione ci arriva direttamente dalle statistiche: circa l’80% degli italiani pensa che bisognerebbe regolare l’uso del web con leggi più severe. Ma allora se la stragrande maggioranza degli italiani pensa che i social siano un luogo, per così dire, di devianza lessicale, e auspicano stringenti disposizioni che inibiscano i linguaggi violenti e le aggressioni sotto qualsiasi forma esse vengano inserite nei circuiti della rete, come è possibile che essa ne sia piena, di ogni fatta e specie? Certo, il problema è anche quello dell’introduzione di una legislazione sovranazionale (i profili di Facebook pare abbiano raggiunto e superato i due miliardi), per mettere un freno al fenomeno. Può bastare? La deriva decostruttiva del sistema di valori che regola il semaforo del bene e del male non si argina con i pannicelli caldi. La febbre sta esplodendo e i social da strumenti di partecipazione democratica si stanno trasformando in piazze di violenza e di odio.

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